Spandakārikā

spanda copertinaLe Spandakārikā sono un testo tra i più antichi e fondamentali della Tradizione Tantrica dello Spanda, una corrente a sé stante dello Shivaismo Kasmiro advaita (non duale). Il temine spanda significa vibrazione, risonanza, battito, fremito, tremore, movimento, attività, mentre kārikā è un termine femminile che indica brevi frase in versi che illustrano concetti filosofici, ovvero stanze.

La stesura dell’opera è attribuita dalla maggior parte degli studiosi a Vasugupta, un maestro vissuto in Kashmir tra la fine dell’VIII e i primi del IX secolo. Il Maestro, “fedele devoto di Śiva” e “toccato dalla grazia del Signore”, scrisse un testo essenziale per la corrente dello Spanda, precedente agli Spandakārikā e chiamato Śivasūtra, “Aforismi su Śiva”, la cui origine ha radici leggendarie. Si racconta che Vasugupta trovò il breve testo inciso da Śiva stesso su una roccia sul monte Mahadeva, dopo aver avuto una visione in sogno provocata dalla divinità. Vasugupta, per completare l’insegnamento delle dottrine e trasmetterlo ai suoi discepoli in forma meno concentrata e criptica, commentò gli Śivasūtra e scrisse così gli Spandakārikā. L’importanza per la scuola dello Spanda deriva dal fatto che la stesura e la diffusione di questi due testi ne sancisce storicamente la nascita. Se risulta pressoché certo che gli Śivasūtra, al di là della loro presunta origine divina, siano comunque stati divulgati da Vasugupta, sulla paternità degli Spandakārikā sussistono ad oggi forti perplessità: l’autore potrebbe anche essere il suo allievo Bhaṭṭa Kallaṭa (IX sec.), che, secondo Bhāskara (altro commentatore degli Śivasūtra) scrisse le Spandakārikā come commento alle prime tre parti degli Śivasūtra, mentre alla quarta e ultima parte degli Śivasūtra dedicò il Tattvārthacintāmaṇi, opera perduta eccetto poche citazioni.

Esistono quattro commenti tradizionali agli Spandakārikā:

Spandasarvasva di Kallaṭa, discepolo di Vasugupta, che dà una semplice spiegazione del testo;
Spandavivṛtti di Ramakantha, discepolo di Utpaladeva, che ricalca il commento di Kallaṭa;
Spandanirṇaya di Kṣemarāja[1], discepolo di Abhinavagupta e di Utpalavaiṣṇava, scritto in prosa; è considerato il più autorevole tra i commenti, è molto lungo, ricco di termini dotti e di parole composte, lunghe e complicate;
Spandapradīpikā di Bhattotpala, principalmente una raccolta di estratti da altri libri.

Nelle stanze si spiega che la realtà ultima delle cose non è solamente immota e cristallina coscienza (Sat-Cit-Ananda, ossia Essere-Coscienza-Beatitudine, come voleva il Vedānta), ma anche movimento, energia, forza incessante. Sono semplicemente due modi di osservare ed interpretare in modo limitato il sostrato attivo e passivo delle innumerevoli creazioni e dissoluzioni, cosmiche e individuali, che si susseguono nel tempo: la contraddizione e la separazione concettuale sono solo apparenti. Spanda è sinonimo di Śakti, potenza, energia, ma Spanda è anche Śiva, poiché Egli è conscio di Sé tramite la Potenza. Lo Spanda è la pulsazione divina, un movimento continuo e alternato di flusso e riflusso, di attività e riposo nello spazio della Coscienza.

L’intento del seguente commento è trovare, attraverso la meditazione sui versi, un’empatia spirituale, ossia agganciarsi allo stato di coscienza stra-ordinario, che ha permesso alle parole di venire alla luce. Il contatto con l’espressione verbale, con i suoni e i ritmi, se adeguatamente approfondito, è uno strumento per sperimentare e scoprire la vera natura, la radice di ciò che siamo, aldilà di ciò che appare all’interno e all’esterno. A tal fine, si parte dalla traduzione originale della singola stanza dal testo sanscrito traslitterato: dopo aver compreso il significato delle parole e dato un’interpretazione coerente, si cerca lo spiraglio verso il non-discorsivo, l’ispirazione per un’immagine, una poesia, una forma.

L’intero commento è frutto di ricerche individuali, di coppia e di gruppo.

 

[1]       È da rilevare l’esistenza di un altro commento di Kṣemarāja chiamato Spandasandoha, ma è solo un commento della prima stanza delle Spandakārikā.

 

Testo e commento PDF: Spandakārikā

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